Interviste

Un nuovo me, intervista esclusiva a Francesco Vannini

Francesco Vannini, classe 1985, fa parte di alcune delle tribute band più famose in Italia, come ad esempio “Industria di caffè” tributo agli 883 e “Non dire no” tributo a Lucio Battisti.
Laureato in Discipline della Musica nel 2008, assiduo partecipante all’interno del panorama musicale italiano con all’attivo 3 album inediti e molte partecipazioni a concorsi canori, musicista eclettico, Vannini dimostra, con il suo ultimo lavoro, che la musica è prima di tutto ricerca di sé e sperimentazione. Il singolo “Iene” ne è la testimonianza.
Buon ascolto e buona lettura.

“Iene” di Francesco Vannini

Ciao Francesco. Eccoci qui per parlare del tuo nuovo album. Ma andiamo per gradi.

In questi giorni è uscito il primo singolo, “Iene“, un pezzo attualissimo, che si sposa perfettamente con la situazione che stiamo vivendo in piena crisi sanitaria e sociale.

Francesco, da dove nasce l’ispirazione per questo brano?

Questo brano in realtà nasce qualche anno fa. Lo spunto, come spesso capita, arriva dalla vita di tutti i giorni. Ti sei mai accorta che oggi anche il sorriso è diventato un messaggio ambiguo? In una società che non è più inclusiva ed accogliente, il sorriso spesso diventa quasi un “ringhio cortese”, per fare capire che si, sono cordiale con te, però al tuo primo passo falso, sono pronto a sbranarti. La società va in questa direzione, che se ci pensi è una corsa nel burrone di una crisi economica, ma soprattutto culturale, una sorta di punto di non ritorno.

Un pezzo molto all’avanguardia, un video clip quasi surreale, un ritmo incalzante che ci spinge a ballare. Cosa è cambiato rispetto ad altri tuoi singoli precedenti? Tipo “Tornando a noi”?

Tornando a noi” era il disco dell’urgenza. L’ho pubblicato in fretta e furia, aveva pochi fronzoli perché il nocciolo della questione era la velocità di trasmissione di un messaggio generale che riguardava il mio momento psicologico. “Iene” è una canzone, ma così sarà anche il resto dell’album, dove invece c’è una ricerca di suono, di arrangiamento e di modo di comunicare. Non c’è nessuna urgenza, anzi è una sorta di lusso che mi sono voluto concedere e per concedermi il quale ho deciso di fare tutto da me, dalla prima nota suonata all’ultimo particolare grafico della copertina. In senso più generale forse cambia poco, perché in entrambe le canzoni che hai citato c’è un messaggio che fa riflettere in un alone di ironia e leggerezza, che poi è il mio personale modo di affrontare le cose della vita.

Questo è il tuo terzo album. Perché ti ostini ancora a non volerti definire cantautore?

Perché i cantautori sono gente seria e perché la connotazione più abusata intorno a questa parola, riporta a cose che sono esistite negli anni 60 e 70, che oggi suonano decisamente anacronistiche. Il prototipo di quel tipo di cantautore è un militante politico, socialmente impegnato e molto più interessato al messaggio del testo che alla musica. Io non mi sento così. Se “cantautore” invece avesse soltanto il significato letterale, sarebbe quasi banale per me utilizzarlo per autodefinirmi. Me la scrivo e me la canto, non serve quella parola. Troviamoci a metà strada: facciamo che sono un musicista compositore?

Parlaci un po’ di questo Francis McVan, il tuo alter ego. Quanto ti somiglia?

Francis McVan è la mia parte più pop e trash. Francis è venuto allo scoperto nel momento in cui ho pronunciato per la prima volta la parola “pop” riferita alla mia volontà di abbandonare gli anni 70 una volta per tutte e tra alcuni miei collaboratori è scoppiato il caos…come se “pop” volesse dire “spazzatura”. Allora in un primo momento io ho abbozzato ed è proprio in quel frangente che Francis si è messo di traverso per rivendicare con orgoglio la parità della musica “pop” rispetto a qualunque altro genere. Diciamo che in quel momento lui ha fatto quello che io non potevo, creando uno strappo. Adesso pian piano lo sto ricucendo e infatti nel videoclip di “Iene”, ci siamo entrambi, anche se al momento in scene separate.

Quanto questo alter ego ha influito su questo nuovo album?

Più che sull’album, ha influito sulla mia scelta di comporlo da solo, senza quelle influenze tradizionaliste che mi ero portato dietro fino a “Tornando a noi”. Nel disco c’è molta elettronica, senza che questo cambi o smorzi il calore umano delle mie composizioni. In fin dei conti non chiedevo di fare musica elettronica d’avanguardia, bensì di poter approdare finalmente anche io a sonorità più vicine agli anni 20 del 2000 che non ai 70 del secolo scorso.

Credo che ogni cantautore abbia una propria canzone a cui è più legato. Qual è? Perché?

“I treni”. Negli anni l’ho vestita in mille modi diversi per combattere la noia ma poi ritorna sempre nuda, nel suo massimo splendore con una chitarra acustica e una voce. Ci sento proprio l’incedere del treno sui binari e quella sorta di “malinconia in velocità” che solo uno sguardo dal finestrino di un treno che viaggia in mezzo a una campagna è in grado di dare.

 

Francesca

Vive a Palermo. Appassionata di lettura e scrittura e innamorata della Sicilia e di ogni suo piccolo angolo. Laureata in Scienze turistiche con una tesi su come il turismo in Sicilia sia stato influenzato dai mass media.

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