Da vedere

Erice, un’isola nell’isola

«E l’altro monte, e l’altro monte ei vede,
l’Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo
divinamente apparito, la vetta
annunziatrice della Sicilia bella!»

Gabriele D’Annunzio, La notte di Caprera, vv 226-229, anno 1904

 

Dopo una serie di curve tortuose o un giretto panoramico sulla funivia si giunge ad Erice che, dall’alto dei suoi 751 metri, sovrasta l’intera città di Trapani e l’azzurro mare in cui si specchiano le Isole Egadi (Levanzo, Favignana e Marettimo), Castellammare del Golfo e il Monte Cofano.

Inoltre, se siete fortunati, al tramonto, quando il cielo è completamente terso, è possibile intravedere anche la grande perla nera del Mediterraneo, l’Isola di Pantelleria, strano eh?! Beh, tutto merito della curvatura terrestre.

Appena varcata Porta Trapani, una delle tre grandi porte (Porta Spada e Porta Carmine le altre) che si aprono lungo la cinta muraria che circonda questo incantevole borgo, sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo. Con le sue piccole stradine strette, tortuose e acciottolate, le sue case serrate le une alle altre, i suoi archi tipicamente medievali, i suoi cortili decorati e le sue piccole botteghe con i cosiddetti “Balatari” (mensoloni in pietra in cui esporre la merce), sembra quasi di essere stati catapultati in pieno periodo medievale.

 

ORIGINE DEL NOME E Il CULTO DELLA DEA

Il nome Erice deriva da Erix, un personaggio mitologico, figlio di Afrodite e di Bute (uno degli argonauti di Giasone), ucciso da Eracle. Le origini di Erice sono indissolubilmente legate al culto della Dea. Erice, secondo Diodoro Siculo, aveva eretto il sacro “thémenos”, il santuario a cielo aperto dedicato al culto di Afrodite (per i romani Venere ericina), e fondato la città.

Nel corso del tempo, il culto della Venere ericina, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime Ierodule, giovani prostitute sacre alla dea, cresce insieme alla sua fama e alla sua ricchezza. A lei vengono offerti numerosi doni fin quando, diminuiti i traffici marittimi e la solidità economica della Sicilia, il culto di Venere va scemando per poi essere debellato del tutto al propagarsi del Cattolicesimo.

Persino Virgilio, tra i versi dell’Eneide, conferma l’importanza di questi luoghi. Il poeta scrive infatti che Enea vi si ferma per seppellire vicino al santuario il padre, Anchise, prima di veleggiare per il Lazio dove fonda Roma. Questo mito lega, quindi, di “parentela” elimi e romani, entrambi discendenti da Venere, madre sia di Enea che di Erice…

Erycina Venus

TRA STORIA E LEGGENDA

Secondo Tucidide, storico ateniese del V secolo a.C., Erice è stata fondata dagli esuli troiani che, unitisi alla popolazione autoctona, avrebbero poi dato vita al popolo degli Elimi, che chiamano la città Iruka.

A causa della sua posizione strategica Erice è stata per lungo tempo contesa da Siracusani e Cartaginesi.  Questi ultimi la occupano, nominandola Erech,  fino al 244 a.C., anno in cui Romani la conquistano. Con l’Impero romano l’importanza militare di Erice, grazie alla scoperta di nuove misure difensive, diminuisce fino a quando la famiglia normanna degli Altavilla, nel 1167, conquista la cittadella.

Grazie ai Normanni infatti Erice acquista prestigio anche con la costruzione di nuovi edifici civili e religiosi. Sono proprio gli edifici signorili, che ancora oggi si affacciano lungo le strade della città, a dimostrare la ricchezza delle famiglie che nel periodo normanno abitavano Erice. In questo periodo inoltre Ruggero il normanno ribattezza la città Monte San Giuliano in onore del Santo che era intervenuto, a cavallo e con una muta di cani, a dare man forte ai suoi soldati contro gli arabi.

Con l’estinzione della dinastia normanna-sveva Erice segue le sorti della Sicilia, passando da dominazione in dominazione (Angioina, Aragonese, Spagnola, Asburgica, Sabaudia, Borbonica) fino all’avvento di Garibaldi e all’unità d’Italia.

Nel 1934 Monte San Giuliano riprende il nome di “Erice”.

Monte Erice e la sua forma triangolare

COSA VEDERE

Castello di Venere

La storia del castello di Venere affonda le sue radici nel XII secolo a.C. quando il popolo indigeno dei Sicani eleva una piccola ara all’aperto dedicata ad una divinità femminile, considerata dea dell’amore, della fecondità e protettrice dei naviganti.

Successivamente gli Elimi e i Punici-Cartaginesi mantengono il culto della dea, da loro chiamata Astarte, incrementando la sua fama fra tutti i popoli del Mediterraneo. I punici inoltre hanno introdotto il culto della prostituzione sacra, e l’allevamento delle colombe, animale sacro alla divinità, che volavano intorno le mura del cosiddetto “recinto sacro”. Introduzioni che sono state riprese anche dai Romani, ma che sono andate a scemare nel corso dei secoli, fino a scomparire del tutto con l’arrivo dei Normanni.

I Normanni, infatti, per eliminare ogni rito pagano esistente in quei luoghi, decidono di distruggere il tempio costruendo al di sopra di esso il loro maestoso maniero. Con l’estinzione della dinastia Sveva il castello rimane piazza reale fino al XVI secolo e successivamente viene utilizzato come prigione, ospitando anche un presidio di soldati spagnoli.

Intorno al 1800 diviene proprietà del comune.

Ad oggi la fortezza, che è situata su una rupe isolata, cui anticamente si accedeva attraverso un ponte levatoio, è caratterizzata da maestose mura ornate di merli ghibellini.
Al di sopra del portone d’ingresso si possono notare: lo stemma Asburgo di Spagna, un piombatoio, che serviva per ostacolare il nemico, e una meravigliosa bifora trecentesca.
Al suo interno si possono ammirare, oltre ad una vista panoramica senza tempo, dei reperti archeologici databili dall’età arcaica fino all’età normanna, come: le terme romane, il pozzo di Venere, resti del tempio di Venere, il ponte di Dedalo, la colombaia, la muraglia medievale, le feritoie, un tunnel medievale e le carceri borboniche.

Real Chiesa Madrice Insigne Collegiata

La matrice è stata costruita nella prima metà del secolo XIV su una preesistente chiesetta dedicata alla Vergine Assunta, per volere di Federico III d’Aragona.

L’attuale conformazione è il risultato di numerose modifiche attuate nei diversi secoli, in particolar modo quelle subite nella seconda meta del XIX. Dell’antica costruzione rimangono la pianta a 3 navate, le colonne ad archi ogivali e 4 cappelle del 500.

Esternamente la Chiesa presenta una possente facciata in stile gotico chiaramontano dal quale emergono il portico anteriore (pronao), la scalinata ed il rosone, aggiunti successivamente. Accanto alla Cattedrale svetta la torre campanaria, articolata su 3 livelli e abbellita da monofore e bifore di manifattura gotico chiaramontano.

Internamente la Chiesa conserva preziose testimonianze e pregevoli opere d’arte attribuite agli artisti Domenico Gagini, Giuliano Mancino e Francesco Laurana.

Torretta Pepoli

La Torretta Pepoli è stata costruita nel 1870 per volontà del conte Agostino Pepoli, come un luogo di meditazione e di studio. Qui il conte ospita  vari uomini di cultura tra cui il letterato Ugo Antonio Amico, l’artista Alberto Favara, l’archeologo Antonio Salinas e il ministro Nunzio Nasi.

La torretta, articolata su 4 livelli, è realizzata in stile liberty.

Giardini e torri del Balio

Proprio vicino al castello e collegati ad esso tramite una cortina muraria, si possono ammirare le suggestive torri del Balio di epoca Medievale, un tempo torri di avvistamento, ricostruite nel XIX secolo per volontà del conte Agostino Pepoli, al quale si deve anche la realizzazione dei giardini del Balio in stile inglese. Il nome Balio deriva da “baiulo”, ossia governatore, che risiedeva presso l’adiacente castello.

Giardini e torri del Balio
Chiesa di San Giuliano

La Chiesa di San Giuliano è stata edificata nel 1076 per volontà del Conte Ruggero d’Altavilla per ringraziare il Santo Ospedaliero che lo aveva aiutato a cacciare via gli Arabi dalla città. La Chiesa è stata successivamente ricostruita e ampliata (XVII secolo).

Esternamente presenta una facciata a capanna con portale e nicchia rinascimentale. Affiancata alla facciata vi è un campanile tardo barocco con copertura a “pagota” realizzato successivamente.

Internamente la Chiesa ha tre navate ed è è ornata da stucchi barocchi. La Chiesa, inoltre, ospita i Misteri, ovvero gruppi scultorei realizzati in tela, legno e colla, rappresentanti scene della Passione di Cristo. Questi vengono portati in processione ogni Venerdì Santo.

Il campanile della Chiesa di San Giuliano visto da una delle stradine

 

 

In qualsiasi periodo dell’anno Erice mostra la sua incantevole bellezza: nelle calde e luminose giornate estive la luce inonda le tortuose stradine ed è suggestivo ammirare i vasti panorami che si aprono sulla vallata e sul mare, nelle fredde giornate invernali invece, quando Erice è avvolta dalle nubi, si ha la sensazione di essere come sospesi in un luogo senza tempo, in un luogo incantato.

Non solo la vista ma anche il palato viene pienamente soddisfatto tra le stradine di Erice, in particolar modo non si può di certo rinunciare alla gustosa genovese, nata dalle sapienti mani delle monache di clausura.

 

Curiosità

  • Erice era conosciuta anticamente come “città delle cento chiese” e conventi. Oggi molte sono visibili e alcune sono aperte al culto.
  • Erice è stata usata come set del paese di Carini durante le riprese della miniserie televisiva, diretta da Umberto Marino, “La baronessa di Carini”. Vi è stato girato anche il film di Pif In guerra per amore.
  • Parte del film Aquaman è ambientato a Erice che è stata ricostruita sulla Gold Coast in Australia.
Marianna

Vive a Palermo. Appassionata di fotografia, di lettura e di ogni forma d'arte (o quasi). Innamorata della Sicilia. Laureata in Lettere Moderne con una tesi sul cibo all'interno della letteratura e dei menu siciliani.

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