Folklore

“U fistinu” di Santa Rosalia, tra religione e folklore

Il Festino di Santa Rosalia (u fistinu) è il momento più alto dell’espressione popolare delle tradizioni e del folklore palermitano. Dalla miracolosa processione del 9 giugno 1625 i palermitani, ogni anno, ricordano quell’evento con una sfarzosa festa che inizia il 10 luglio con il corteo per il “rito della cera”, recuperato nel 2019 dopo ben 100 anni, e termina il 15 luglio con la Messa solenne e la processione dell’urna argentea, contenente le reliquie della Santa, per le vie di Palermo. Cinque giorni pieni di eventi tra il sacro e il profano che hanno come momento clou la processione del carro trionfale di giorno 14 luglio.

L’urna argentea viene portata fuori dalla Cappella di Santa Rosalia. Inizio dei festeggiamenti.

SANTA ROSALIA TRA STORIA E LEGGENDE 

«Ego Rosalia Sinibaldi Quisquinae Et Rosarum Domini Filia Amore D.ni Mei Iesu Christi In Hoc Antro Habitari Decrevi»

Iscrizione rinvenuta nella grotta della Quisquina.

Traduzione: «Io Rosalia di Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta»

Anton Van Dyck, Santa Rosalia intercedente, olio su tela, Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis

Figlia del conte Sinibaldo de’ Sinibaldi, signore della Quisquina e del monte delle Rose (discendente da Carlo Magno), e della contessa Maria Guiscardi, imparentata con re Ruggero II il normanno, Rosalia Sinibaldi nasce a Palermo intorno al 1130 e cresce in ricchezza tra la sua villa, forse nel quartiere dell’Olivella (da Olimvella ovvero “una volta villa”) e la corte di re Ruggero II, divenendo anche damigella d’onore della regina Sibilla di Borgogna (seconda moglie di re Ruggero II).

Un giorno, secondo una leggenda, re Ruggero, mentre era a caccia presso Monte Pellegrino, viene attaccato da un feroce leone e viene salvato dal conte Baldovino che, in cambio, chiede in dono la mano di Rosalia. Il giorno delle nozze Rosalia si presenta alla corte declinando l’offerta del matrimonio e dichiarando la volontà di prendere la vita monastica. A soli 15 anni la ragazza abbandona le ricchezze del Palazzo Reale e si rifugia presso il monastero basiliano del SS. Salvatore a Palermo, dal quale ben presto fugge a causa delle insistenti visite dei genitori e del promesso sposo.

Decide quindi di trovare rifugio presso una grotta nei possedimenti del padre, che aveva visitato da fanciulla, presso Santo Stefano Quisquina, dove rimane per circa 12 anni. Successivamente, grazie all’intervento della regina Margherita di Navarra, ritorna a Palermo dove si rifugia in una grotta di Monte Pellegrino, nella quale muore, secondo antichi libri liturgici, in pace e solitudine il 4 settembre 1160 (anche se gli ultimi studi spostano la data intorno al 1170).

ORIGINE E SIGNIFICATO DEL FESTINO

Dopo la morte, Santa Rosalia, o come la chiamano affettuosamente i palermitani la “Santuzza”, diventa subito oggetto di culto con l’edificazione di chiese a lei dedicate in varie zone siciliane. A poco a poco però il suo culto scema al punto tale da non essere più invocata nelle litanie dei santi patroni di Palermo (Santa Oliva, Sant’Agata, Santa Ninfa e Santa Cristina).

La peste approda in Sicilia

Il 7 maggio 1624 un bastimento proveniente da Tunisi si avvicina al porto di Palermo con l’intenzione di attraccare. Il Senato palermitano, diffidente, nega il permesso quindi il comandante della nave, il moro Maometto Calavà, approda con una barchetta al porto con l’intento di convincere direttamente, con oggetti preziosi e ricche mercanzie, il viceré Emanuele Filiberto di Savoia. Il Savoia, sensibile, concede immediatamente l’autorizzazione e fa entrare il bastimento in porto e con esso la peste approda a Palermo. In poco tempo la peste dilaga mietendo diverse vittime. Niente riusciva a fermarla, neanche le preghiere rivolte alle quattro Sante Patrone di Palermo, così si decide di rivolgersi a Santa Rosalia e di intensificare la ricerca delle sue ossa, ma invano.

Il sogno di Girolama Gatto

Il 26 maggio 1624 Girolama Gatto, una donna ridotta in fin di vita, vede in sogno una fanciulla vestita di bianco che promette alla donna la guarigione se avesse fatto voto di salire sul monte Pellegrino per ringraziarla. La donna accetta il voto, sale sul Monte Pellegrino e dopo aver bevuto l’acqua che gocciola dalla grotta, guarisce. Immediatamente dopo la guarigione cade in un riposante torpore e sogna nuovamente la giovane fanciulla, ravvisata come Santa Rosalia, che le indica il posto dove sono sepolte le sue reliquie. Girolama riferisce il sogno ai frati eremiti del vicino convento che, il 15 luglio 1624 a quattro metri di profondità, trovano un masso di calcarenite a cui aderivano delle ossa.

Per ordine del cardinale arcivescovo di Palermo Giannettino Doria, il masso viene esaminato ma il risultato non da esiti positivi, all’interno di esso ci sono ben tre teschi e nessuno dei tre sembra appartenere ad una donna. Il Doria decide comunque di conservare quelle ossa all’interno dei suoi appartamenti per ulteriori indagini.

L’apparizione a Vincenzo Bonello

La situazione cambia l’11 febbraio 1625, giorno in cui don Pietro Lo Monaco (sant’Ippolito) della Chiesa del Capo riesce ad ottenere un’importante informazione attraverso la confessione di un saponaro di nome Vincenzo Bonello. Dopo la morte della moglie, Bonello, che era cacciatore di conigli, sale su Monte Pellegrino con l’intenzione di buttarsi. Mentre si avvia al suicidio, appare davanti ai suoi occhi una giovane di bell’aspetto, bionda e con gli occhi azzurri, che lo invita a comunicare immediatamente al cardinale di non dubitare dell’autenticità delle reliquie conservate nelle sue camere e di portarle in processione per la città, solo così la peste sarebbe svanita. In cambio avrebbe ottenuto la sua protezione per l’anima. Dopo 3 giorni dalla confessione Bonello muore. Davanti a tale testimonianza non si poteva far altro che accettare l’evidenza: alcune delle ossa ritrovate il 15 luglio 1624 erano quelle di Santa Rosalia.

Il 9 giugno 1625  l’ urna, costruita apposta per le reliquie, uno scrigno in argento e vetro, viene portata in processione con la partecipazione di tutta la popolazione e con grande solennità; la peste comincia a regredire fino a scomparire del tutto il 15 luglio, giorno in cui avviene il pellegrinaggio sul Monte Pellegrino, giorno dell’anniversario del ritrovamento delle reliquie.

Rosalia viene quindi prima proclamata Santa da Papa Urbano VIII (1630) e successivamente viene proclamata Patrona della Città di Palermo prendendo il posto di Oliva, Ninfa, Agata e Cristina.

LA TRADIZIONE DEL CARRO IN PROCESSIONE

Strumento fondamentale della processione del 14 luglio è il carro trionfale introdotto per la prima volta nel 1686 (prima quattro piccoli carri chiamati “macchinette”). Il carro, metafora del trionfo della Santa, assume ben presto dimensioni notevoli e viene più volte sostituito, alla ricerca di effetti scenografici sempre più solenni, o meglio baroccheggianti. Tra le caratteristiche che vengono riprese anno dopo anno possiamo annoverare le decorazioni pittoriche raffiguranti gli episodi della vita della Santa, con puttini e figure metaforiche.
Nel 1701 il famoso architetto Paolo Amato conferisce al carro la forma di vascello, canone iconografico con cui si è trasmesso il morbo oscuro, idea ripresa anche in tempi moderni. Durante tutto il periodo borbonico e fino al 1860, anno in cui la forma cambia per far posto ad una sorta di vasca ornata da puttini e figure allegoriche che ascendono fino al punto più alto con l’immagine di Rosalia, viene mantenuto a lungo il carro settecentesco, che mostra l’opulenza della corte.
Dal 1858 al 1896 la tradizione viene interrotta sia per motivi urbanistici, sia per motivi politici (il nuovo governo sabaudo voleva che si dimenticassero i propositi del vecchio governo borbonico).
Il 1896 vede di nuovo il carro per le strade di Palermo. Intorno ad una proposta dello studioso Giuseppe Pitrè viene ricostruito, sul modello dell’anno 1857, una macchina smisurata per quel periodo: larga quattordici, lunga ventidue e alta trenta metri.
Nuovamente sospesa la festa per due lustri, viene ripresa nel 1924 con un carro fisso a forma di conca. Successivamente per altri trentaquattro anni, fino al 1958, il tradizionale carro cade nel dimenticatoio.
Arriviamo in questo modo al 1974, anno in cui il comune di Palermo fa le cose in grande realizzando una gigantesca macchina d’imitazione settecentesca. Dal 1974 la tradizione non si è più fermata, anzi dal 1995 ogni anno viene sviluppato un tema differente, mantenendo però di base la storia del miracolo della vittoria sulla peste. Quest’anno il tema del Festino è “L’Inquietudine”.

Particolare del carro di Santa Rosalia, anno 2019.

IL FESTINO: LA LUNGA NOTTE 

Al grido di “Viva Palermo e Santa Rosalia” una fiumana di gente accompagna il carro con il suo lento procedere lungo la strada del Cassaro festosamente illuminata. La lunga e emozionante processione assume il significato allegorico della purificazione, secondo un itinerario ideale dalla morte (la peste) alla vita (la luce dei fuochi d’artificio in riva al mare).

La lunga notte del festino comincia dal Piano di Palazzo Reale con uno spettacolo che spesso rievoca la vita di Santa Rosalia e la liberazione di Palermo dalla peste per intercessione della “santuzza”. Da qui l’imponente Carro Trionfale, trainato come da tradizione dai cittadini delle Comunità multietniche, comincia la sua sfilata lungo il Cassaro per giungere, dopo alcune soste, al Foro Italico.
La prima sosta, come di consueto, è davanti la Cattedrale dove il corteo in festa può assistere ad un altro spettacolo di canti, balli e luci. Terminata l’esibizione davanti la Cattedrale il corteo prosegue il suo lento cammino fino ai Quattro Canti dove si può assistere ad una performance aerea. Successivamente, prima di procedere il cammino, avviene il tradizionale omaggio floreale, l’invocazione di Santa Rosalia a protezione della città e l’omaggio alle quattro Sante presenti ai vertici dei Canti.
Il carro poi viene accompagnato fino al Foro Italico dove sono già schierati venditori di “babbaluci cunsati”, di “muluni”, di “scacciu”, di “purpu”, di torrone, di “sfinciuni” che per tradizione fanno da sempre corollario gastronomico al festino. Qui, tra un boccone e l’altro, tra canti e balli, si aspetta fino a mezzanotte per assistere ai tradizionali “botti”, fantasmagorici fuochi d’artificio, che si concludono con la fatidica “masculiata” dopo la quale è facile udire tra la gente un mormorìo: “finieru i picciuli!”, per affermare che con quello spettacolo è finita la festa.

N.B.: La meravigliosa foto “Giochi di Fuoco” mi è stata concessa da Raffaele Franco

LA PROCESSIONE RELIGIOSA DEL 15 LUGLIO

Il 15 luglio è il giorno cardine dei festeggiamenti religiosi. In questo giorno il popolo palermitano festeggia sia il ritrovamento delle spoglie mortali della Santuzza (il 15 di luglio del 1624) sia il giorno in cui queste sono state portate per la prima volta per la città con una Solenne Processione (il 9 di giugno del 1625), che viene ripetuta di anno in anno.
Durante tutta la giornata del 15 luglio vengono celebrate diverse messe solenni in Cattedrale e poi, nel pomeriggio, inizia la processione con le Sacre Reliquie di Santa Rosalia contenute in un’artistica Arca argentea (Smeriglio, 1631), conservata durante l’anno nella Cappella di Santa Rosalia, all’interno della Cattedrale.
L’avvenimento richiama molti devoti che aspettano con ansia il passaggio dell’urna, perché ognuno, nell’intimo, ha qualcosa da chiedere alla Santa, e la folla sui balconi è sempre pronta ad omaggiarla con petali di rosa.
La processione come di consueto parte dalla Cattedrale e si snoda lungo la più antica arteria della città, il Cassaro, fino a Piazza Marina dove il vescovo di Palermo dà una messaggio alla città. Dopo questa sosta il corteo prosegue per le vie più antiche fino al rientro in Cattedrale dove, con la benedizione e i fuochi d’artificio, si concludono i festeggiamenti solenni.

L’Urna argentea viene accolta e accompagnata da una grande folla.

CURIOSITA’

Secoli fa il gran simbolo della festa erano proprio i fuochi di gioia, preparati su macchine alte e maestose che erano date alle fiamme; qui il fuoco svolgeva la sua azione purificatrice.

Nel vicolo Brugnò, una piccola stradina nel centro storico di Palermo di fronte alla Cattedrale da circa 60 anni le famiglie che vi abitano tramandano il culto di Santa Rosalia allestendo il vicolo con luci, fotografie e tappeti. Tutte le foto e le luci guidano l’osservatore verso il punto finale del tragitto costituito dalla statua della Santuzza collocata all’interno di un altare che rappresenta la grotta dove Santa Rosalia ha pregato per anni.

 

 

 

Marianna

Vive a Palermo. Appassionata di fotografia, di lettura e di ogni forma d'arte (o quasi). Innamorata della Sicilia. Laureata in Lettere Moderne con una tesi sul cibo all'interno della letteratura e dei menu siciliani.

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